lunedì 10 ottobre 2011

Le ragioni del boicottaggio....e quelle dello shopping

Arrivando in Palestina porto sempre con me notizie sulle campagne e sulle iniziative degli attivisti internazionali contro l'occupazione: mi sembra un modo per non far sentire troppo soli i nostri amici dei Territori e per far vedere che la causa palestinese è sempre viva nei cuori degli italiani.

Fra gli strumenti di pressione su Israele più intelligenti ed efficaci c'è' sicuramente il boicottaggio di prodotti, dalla Coca Cola alla marca L'Oreal, passando per e Nestlè e Karmel, che vengono fabbricati o supportano in qualche modo l'economia delle colonie israeliane. La campagna di boicottaggio si chiama BDS: boicottaggio, disinvestimento e sanzioni.

L'operazione è mirata al boicottaggio dei soli prodotti che vengono fabbricati nelle colonie israeliane ritenute illegali e non colpisce perciò tutto Israele ed è per questo che a livello mediatico, secondo me, è molto efficace sopratutto in Occidente.

La stessa Autorità Palestinese qualche tempo fa ha pubblicato e distribuito presso ogni famiglia un opuscolo in cui si spiegava esattamente quali erano i prodotti provenienti dalle colonie e che quindi era vietato comperare o esporre nei negozi. L'idea sembrava vincente e molto coraggiosa: in fondo è così che in Sud Africa si è dato inizio al processo di abolizione dell'apartheid che colpiva la popolazione nera.

E' con grande sconcerto, quindi, che ho appreso dai parenti di mio marito che ora una delle mode più diffuse presso le massaie e gli uomini del villaggio è quello di andare a fare la spesa presso il grande supermercato israeliano presso la colonia di Gosh Ation. L'andirivieni di palestinesi che fanno la spesa è così frequente che gli stessi coloni hanno protestato per il via vai di arabi indaffarati con lo shopping.

Saggia la risposta del proprietario israeliano: finché pagano...sono tutti benvenuti.
Più che le regole dell'apartheid possono quelle del commercio...

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